2019 – 2023 · Co-founder & CEO · Ancona e Roma
EasyDesk: l’app che per poco non è mai nata
Il nostro lancio è fallito il primo giorno. Tre settimane dopo, un’intera università prenotava con la nostra app.
In breve
- Il mio ruolo
- Co-founder & CEO, 2019–2023. Il team è cresciuto fino a otto persone.
- Problema
- Gli studenti tenevano occupati i posti in biblioteca per ore lasciandoci sopra un libro.
- Primo cliente
- John Cabot University: 168 postazioni in 19 aree studio, più la palestra e la caffetteria.
- Risultato
- Nei primi tre mesi: 680 download, 10.654 prenotazioni e 19.504 ore prenotate.
La caccia al posto
Ogni mattina, gli studenti della mia università facevano a gara per arrivare in biblioteca. Il primo lasciava un libro sul tavolo, un biglietto con scritto “Torno alle…” e spariva per ore. Migliaia di noi ci convivevano. Io ero quello che non riusciva a farsene una ragione.
Ho avuto un’idea: il telefono è l’unica cosa che ogni studente ha sempre con sé, quindi poteva dimostrare che sei davvero al tuo posto. Non avevo idea di come realizzarla. Così ho scritto a un professore di informatica: “Non ho nessuna competenza tecnica, ma ho un’idea che vorrei sottoporle.” Ero sicuro che mi avrebbe preso per pazzo. Mi ha risposto che si poteva fare. Non mi serviva altro.
Un portatile del 2013 e un anno di notti
Ho convinto un amico del liceo che studiava informatica a realizzarla con me come progetto di tesi. L’unico Mac che avevamo era il mio, un modello del 2013, e una sola build richiedeva più di 25 minuti. Per oltre un anno abbiamo lavorato di notte attorno a quel computer. Nel frattempo mi sono iscritto a un corso di laurea in business alla John Cabot University, perché sapevo che il prodotto da solo non sarebbe bastato.
Secondo posto e due acceleratori
Allo startup weekend dell’università, il mio primo pitch è andato male. È stato un punto di partenza, non la fine: ho messo insieme un piccolo team e abbiamo lavorato due giorni di fila. La domenica siamo arrivati secondi, abbiamo vinto due programmi di accelerazione e il team è salito a otto persone. La giuria mi ha fatto una domanda a cui non ero preparato: “Chi fa parte del tuo team?”. Non l’ho mai dimenticata.
Trovare l’unico cliente che contava
Potevamo costruire quasi qualsiasi cosa, quindi inseguivamo tutto: centri sportivi, ristoranti, spazi di coworking. Il mio compito è diventato insegnare a un team di ingegneri quello che stavo imparando alla business school: prima validare, concentrarsi su un segmento, rilasciare presto. Abbiamo scelto le università. Poche settimane dopo è arrivato il Covid, e a maggio 2020 la John Cabot University ci ha chiesto di rendere prenotabile l’intero campus: 168 postazioni in 19 aree studio, più la palestra e la caffetteria.
Costruire la piattaforma di amministrazione: ogni postazione del campus, prenotabile a ore.
Il portale di amministrazione che l’università usava per gestire i suoi spazi.
21 settembre 2020
Volevamo così tanto accontentare il nostro primo cliente che abbiamo detto sì a tutto. È arrivato il giorno del lancio, abbiamo premuto “Run” e lo schermo è diventato rosso. Sono andato a letto alle 4 e mi sono svegliato alle 6 con un messaggio del mio co-founder: il servizio non era pronto.
“Un’intera università contava sul nostro servizio per riaprire in sicurezza, e il nostro prodotto non era pronto. Non ci eravamo mai sentiti così male in vita nostra.”
Ho dovuto chiamare il vicepresidente dell’università per dirglielo. Ci ha dato più tempo. Abbiamo passato le tre settimane successive a risolvere ogni problema alla radice, invece di metterci una pezza.
Ha funzionato
L’app è andata online. Nei primi tre mesi: 680 download, 10.654 prenotazioni e 19.504 ore prenotate. Gli studenti avvicinavano il telefono a un EasyTag sul tavolo appena arrivati, e una notifica chiedeva di farlo di nuovo ogni ora. Nessuno poteva più tenere occupato un posto con un libro.
L’app per gli studenti: ogni prenotazione ha un pulsante Scan per confermare la presenza con l’EasyTag.
Nel campus: al Tiber Café si entrava con l’app. Nel riquadro: il tag all’ingresso della caffetteria.
Cosa mi ha insegnato
- Fatto è meglio che perfetto, ma fatto vuol dire funzionante.
- Dire di no a un cliente fa parte del servirlo bene.
- Metterci la faccia. Quando il lancio è fallito, sono stato io a chiamare il vicepresidente per dirglielo.
- Il fallimento è un’informazione. Quello schermo rosso ci ha dato un’esperienza che nessun corso poteva darci.